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Italo Cucci: Troppo svagati e arruffoni

1 Commento

Il Napoli è come caduto nella trappola-Zarate, perdendo l’occasione di balzare in testa alla classifica dopo aver lasciato tre punti preziosi a una Lazio che non mi è sembrata mai irresistibile. Se faceva tanta paura – come per buona parte del match è parso capire – tanto valeva cercare un onesto pareggio: dopo le batoste del derby e di Cesena, coincise con le affermazioni del Napoli, sono sicuro che Reja ci sarebbe stato. Dicevo trappola: perché? Ho solo cercato una soluzione di fantasia per spiegarmi un Napoli irriconoscibile. Sapete, c’era una volta la pretattica, diciamo al tempo in cui Reja cominciava a far l’allenatore: allora uno come Oronzo Pugliese, per fare un esempio, ne faceva largo uso, ti raccontava una formazione e ne schierava un’altra, costringendoti a rivedere la tua, o semplicemente ad aggiornare le scelte tattiche; oppure organizzava ingannevoli quanto utili sceneggiate: come una lite da spogliatoio. Per farla breve, quando ho visto Zarate muoversi disinvolto al margine dell’area napoletana, e scambiare allegramente palla coi compagni, e sprigionare una inedita intensità, e colpi da fuoriclasse mi son detto che il giovanotto argentino e il suo vecchio allenatore avevano forse finto, al derby, eppoi a Cesena, la scena della incompatibilità di carattere. Pretattica, dunque? In realtà, era pressoché impossibile immaginarsi una così repentina trasformazione di Zarate da perditempo dribblomane a freccia avvelenata (con annesse scorrettezze) se non tenendo conto del fatto che non si tratta di un pedatore qualsiasi ma di uno di quei fantasisti argentini che possono all’improvviso cambiarti la partita: soprattutto se l’avversario è svagato e arruffone, molle non tanto per stanchezza – come qualcuno ora vuole – ma nello spirito. Chissà quanti sono in lutto, da ieri, a Napoli, se è vero che fino a un paio di stagioni fa agiva contro il vecchio Edy una vera e propria consorteria di snobboni aspiranti (dicevano) a ben altro calcio. Non ci si può certo lamentare del lavoro di Mazzarri, fortunatamente intervenuto a raddrizzare le sorti di una squadra perdutasi con Donandoni; e tuttavia la sconfitta dell’Olimpico – pur non modificando sostanzialmente una buona classifica (si resta terzi dopo la vittoria del Milan nel derby) – va rivisitata attentamente per ricavarne l’opportuna lezione. Dei Tre Tenori – che ci si poteva immaginare nella veste di tre guerrieri – l’unico che non ha mollato mai, confermando un temperamento ormai noto, è stato Lavezzi: ma Hamsik e Cavani non hanno dato impressione di stanchezza, ma piuttosto di scollamento; di non avere più armonia con il resto della squadra che peraltro agli svarioni difensivi è abituata. Mi basta fermare quei minuti turbolenti seguiti al gol di Zarate quando, con l’orgoglio di sempre, il Napoli ha letteralmente bombardato Muslera peccando tuttavia di imprecisione, di fretta, con una sorta di insolita disperazione. Così è venuto il secondo gol di Floccari e la musica è finita, costringendo gli azzurri a incassare una sorprendente sconfitta esterna proprio mentre era in atto il recupero della fiducia e dei risultati interni. È dunque necessaria una pronta revisione che può essere affrontata con tutta calma: la sconfitta di Roma non ha procurato gravi danni di classifica e sarebbe folle ricavarne invece motivi di dissidio interno. Mazzarri deve mettere i suoi uomini davanti a una presa di coscienza che non si chiama turnover ma verità: chi accusa stanchezza o disagio lo dica. Ma vi sembra proprio che il giovane Hamsik – ad esempio – sia fisicamente provato o invece vittima di qualche misterioso fastidio professionale o personale?
Italo Cuci per il “Roma”

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